“Falsità e ingiustizia”: Ramy è morto di logica securitaria e abuso di potere

La morte del diciannovenne Ramy Elgaml, avvenuta al Corvetto, Milano, durante un controverso inseguimento dei carabinieri, riporta l’attenzione su due emergenze: il degrado delle periferie e il preoccupante abuso di pratiche punitive extragiudiziarie, simbolo di una società sempre più diseguale.

I nuovi elementi emersi sulla vicenda che ha portato alla morte del diciannovenne Ramy Elgaml a Milano ci invitano a due doverose riflessioni: una sulle condizioni di vita nelle periferie, in particolare sulla doppia vessazione che colpisce i “giovani e stranieri” come quelli che nelle strade del Corvetto hanno chiesto giustizia a uno Stato che spesso non riconosce i loro diritti e persino la loro esistenza, e l’altra sulla diffusione e normalizzazione delle pratiche punitive extragiudiziarie da parte delle forze dell’ordine e il ruolo che questo ha nella società odierna.

Forse la “rivolta di quartiere” al Corvetto, Milano, dove si chiedeva “verità e giustizia” e per la morte di Ramy Elgaml, ragazzo di origini egiziane morto poche settimane fa in seguito all’inseguimento del suo scooter da parte di una volante dei carabinieri dopo che non si era fermato a un posto di blocco, aveva qualche ragion d’essere, visti i nuovi sviluppi del caso.

Ai due carabinieri (fra cui il vicebrigadiere che era alla guida, già iscritto nel registro degli indagati per omicidio stradale), stando alle notizie diffuse dalle agenzie stampa, si contestano ora i nuovi reati di frode processuale, depistaggio e favoreggiamento personale. Sarebbe stato infatti cancellato intenzionalmente il video di un testimone, e sul verbale di arresto per resistenza dell’altro giovane alla guida dello scooter non c’è alcun riferimento all’impatto fra l’auto e moto, entrate in collisione dopo un tallonamento di otto chilometri, sebbene la Procura ne sia ormai convinta, a seguito sia di una testimonianza a verbale – dello stesso testimone che ha raccontato di aver cancellato il video fatto a seguito della richiesta in tal senso da parte dei carabinieri –, sia dall’analisi delle telecamere di videosorveglianza, nonché dal rilevamento di tracce di vernice della moto sulla macchina. Gli accertamenti – che stabiliranno anche se Ramy è finito sotto la macchina, schiacciato contro un semaforo, come riferito dal testimone oculare – sono in corso, ma tante sono le riflessioni da fare anche in attesa che siano terminati.

Innanzitutto, colpisce l’insistenza con cui i media mainstream, di fronte alla morte di un giovane, parlano dei suoi possibili precedenti penali e del fatto che possedesse oggetti probabilmente rubati. Come se questo fatto avesse un qualche rilievo sulla collocazione “morale” della sua morte: se l’è cercata? Ritorna in mente l’atroce fatto di cronaca in cui a Viareggio pochi mesi fa una donna ha volontariamente ucciso, investendolo ripetutamente con la macchina, un uomo colpevole di averle rubato la borsa. Anche lui se l’era cercata, in fondo? È su questa deumanizzazione dei soggetti “marginali” che la propaganda mediatica fa conto, allo stesso tempo alimentandola e appoggiandovisi. E non dovrebbe sorprendere che ciò avvenga in una società fondata sulla disuguaglianza di classe e sulla sfaccettata discriminazione che ne consegue. La legge del profitto non è compatibile con il senso morale di rispetto per la vita umana, a meno che questa non sia merce. Altrimenti non potremmo assistere via streaming a un genocidio, quello del popolo palestinese, con tale diffusa indifferenza.

Ritornando ai fatti del Corvetto, va evidenziato il particolare accanimento con cui gli agenti hanno inseguito lo scooter con i due giovani a bordo: il possesso di refurtiva non implica per forza un inseguimento, in questo caso protrattosi per chilometri attraverso tutta la città…

Un altro aspetto che emerge chiaramente dalla vicenda è quello della profilazione etnica – spicca che Ramy avesse origini egiziane –, ovvero “quel criterio adottato dagli osservatori, istituzionali e no, per cui i connotati etnico-razziali di una persona, il suo modo di vestire e di parlare, rappresentano elementi predittivi di una sua identità criminale. Si tratta di una tendenza comune a tutti i paesi europei”, come ben spiega il docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia in un suo articolo.1

Secondo quanto riporta un recente rapporto dell’Ecri (European Commission against Racism and Intolerance)2, la profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine, diretta soprattutto alla comunità Rom e alle persone di origine africana, ha ampia testimonianza: “Queste testimonianze di frequenti fermi e controlli basati sull’origine etnica sono confermate anche dai rapporti delle organizzazioni della società civile e di altri organismi di monitoraggio internazionali specializzati. Tuttavia, le autorità non raccolgono dati adeguatamente disaggregati sulle attività di fermo e di controllo della polizia, né sembrano essere consapevoli dell’entità del problema, e non considerano la profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale”.

E mi viene da aggiungere, questa profilazione etnica sta invadendo anche le coscienze, allargandosi in modo subdolo al senso comune non più identificabile solo con “la destra”. Le evidenze di questa mentalità connotata de razzismo strisciante e quasi inconsapevole, normalizzato e ormai socialmente accettato, sono continue nella vita di noi tutti, appena mettiamo il naso fuori di casa, fuori dalla nostra “bolla” – o a volte non è nemmeno necessario uscirne.

Da comunisti, aspiriamo alla giustizia sociale, e dunque dobbiamo porci il problema di come sia corretto intervenire nei luoghi della marginalità, come appunto le periferie, non trascurando nessuna parte in causa che viva sulla propria pelle un disagio e un’insicurezza dovuti al cosiddetto “degrado”. Con lo scopo, però, di capirli a fondo, quel degrado, quell’insicurezza… che sono il degrado e l’insicurezza di una civiltà dove chi è fuori della classe dominante (in via di costante restringimento) vede progressivamente erosa ogni garanzia di vita dignitosa, con lo smantellamento dello stato sociale, dei servizi e della sanità pubblica, con la precarietà lavorativa e forme di sfruttamento sempre maggiore, con la povertà culturale indotta da una scuola pubblica progressivamente svuotata della sua funzione e trasformata in tirocinio di futuri sfruttati anziché in costruzione del pensiero critico. E questo è amplificato nel caso di persone straniere o di origine straniera. Chiediamoci, quando si pensa alla microcriminalità delle periferie, da quale radice essa possa scaturire. Il rapporto Ecri di cui sopra rileva come la profilazione razziale generi “un senso di umiliazione ed ingiustizia per i gruppi coinvolti provocando stigmatizzazione e alienazione. È inoltre dannosa per la sicurezza generale in quanto diminuisce la fiducia nella polizia e contribuisce a non denunciare reati”.

Gli abitanti delle periferie come quella in cui è avvenuta la morte di Ramy sono spesso migranti da più generazioni, che hanno passato la vita sentendosi cittadini di serie B, mortificati dal razzismo pervasivo del senso comune, penalizzati dalle istituzioni, ostacolati nell’ambire a un futuro dignitoso; e questo è tanto più vero e drammatico per le giovani generazioni, nate in Italia ma senza diritto di cittadinanza, che percepiscono un vicolo cieco da cui l’unica via di uscita è l’illegalità: per esempio quella che con un furto può procurare qualche misero status symbol compensatorio della quotidiana umiliazione. Dovremmo insegnargli noi la morale contro il “degrado”? Noi che partoriamo un’umanità che uccide intenzionalmente uno scippatore – straniero, guardacaso –, in piena legge del Far West? Noi che i giovani stranieri che non delinquono li schiavizziamo sui campi fino a farli morire?

Ritornando al comportamento delle forze dell’ordine, anche facendo lo sforzo di pasoliniana memoria di comprendere che gli appartenenti a queste sono talvolta essi stessi frutto di una marginalità, è evidente dalla cronaca quanto sia ordinaria la loro manifestazione di un senso di impunità e la tendenza a un certo abuso di potere, probabilmente legati in qualche modo anche alla loro provenienza sociale ma in ogni caso estremamente pericolosi sul piano della tenuta democratica e del rispetto dei diritti umani basilari.

L’attuale governo e i suoi provvedimenti in materia attinente alla sicurezza (il disegno di legge 1660, la proposta di modifica dell’art. 27 della Costituzione in materia carceraria, la proposta di modifica sul reato di tortura, la mancata approvazione dell’introduzione dei codici identificativi per gli agenti di polizia), apportando una forte stretta autoritaria nel controllo del dissenso e del conflitto sociale sotto ogni forma, accentuano ancora di più il potere delle forze dell’ordine e la loro possibilità di abusarne impunemente. Lo si è già visto in occasione delle manifestazioni pro-Palestina, con le pesanti cariche agli studenti, in alcuni casi persino minorenni.

Nel caso degli interventi di polizia nelle periferie abitate da persone di origine straniera, le autorità dovrebbero avere il compito di “identificare modelli indicativi di razzismo istituzionale all’interno delle forze dell’ordine”, promuovendo un esame indipendente delle pratiche di fermo e controllo “condotto con la partecipazione attiva delle organizzazioni della società civile pertinenti e dei rappresentanti dei gruppi potenzialmente esposti alle pratiche di profilazione razziale”.3

Come non ci si deve stancare di ripetere, gli episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine, o di abuso del loro ruolo tale da sminuire il valore di una vita umana, come nel caso di Ramy, non sono extra-ordinari, non si tratta delle famose “mele marce”, né di questioni legate ai singoli individui. Come si legge in Punire di Didier Fassin, “la diffusione e la normalizzazione delle pratiche punitive extragiudiziarie da parte delle forze dell’ordine rappresentano una caratteristica centrale delle società contemporanee ancora largamente sconosciuta”.

Note:

1 Vincenzo Scalia, Ramy, o la fine degli equivoci, ne «Il manifesto», 11 dicembre 2024
2 Rapporto dell’Ecri sull’Italia, adottato il 2 luglio 2024, pubblicato il 22 ottobre 2024
3 Ivi

Articolo pubblicato su futurasocieta.com

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About Adriana Bernardeschi

Laureata in Fisosofia, lavora in ambito editoriale. Ha militato fin dall’adolescenza in movimenti e partiti comunisti. Collabora con il Centro Studi “Domenico Losurdo”.

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