Le elezioni del 14 maggio hanno dimostrato che i thailandesi vogliono porre fine ai governi guidati dai militari, e nel lungo termine questo potrebbe anche l’inizio dell’indebolimento della monarchia.

La Thailandia è un Paese che sulla carta dispone di un sistema politico multipartitico, ma che nei fatti è caratterizzato da un sistema volto a perpetuare il potere dell’esercito e della monarchia. Il teorico alternarsi di diverse forze politiche al governo non ha infatti provocato nessun cambiamento nella struttura del Paese, con i militari che hanno mantenuto le cariche più importanti sotto le mentite spoglie di civili. Il primo ministro in carica, Prayut Chan-o-cha (in foto), è stato infatti il leader del golpe militare del maggio 2014, ed ha mantenuto il controllo del governo sotto l’egida di un partito da lui fondato, il PRTSC (Phak Ruam Thai Sang Chart, ovvero “Partito dei thai uniti per costruire una nazione”), noto anche con la denominazione inglese di United Thai Nation Party.
Alle elezioni del 14 maggio, dunque, il partito di governo si è presentato in difesa delle posizioni nazionaliste, militariste e monarchiche che lo caratterizzano, posizioni che però sembrano essere diventate sempre più indigeste al popolo thailandese. Gli elettori, infatti, non hanno premiato la formazione del primo ministro, che ha raccolto solamente il 12,63% delle preferenze, classificandosi al terzo posto tra i partiti più votati, ed eleggendo appena 36 rappresentanti sui 500 seggi a disposizione. Anche l’altro principale partito monarchico, il PPR (Phak Phalang Pracharat, o Palang Pracharath Party) non ha ottenuto molto successo, eleggendo 41 deputati, ben 75 in meno rispetto alla precedente legislatura.
I due veri vincitori di queste elezioni sono dunque il socialdemocratico PKK (Phak Kao Klai, o Move Forward Party) di Pita Limjaroenrat ed il centrista PPT (Phak Phuea Thai, o Pheu Thai Party), che si rifà alle politiche dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, in carica dal 2001 e dal 2006, ed è considerato come una sorta di partito personale della ricca famiglia Shinawatra. Il PKK ha ottenuto il 38,47% dei consensi e 152 seggi, mentre il PPT ha chiuso al secondo posto con il 29,37% e 141 rappresentanti eletti. Pur se diversi dal punto di vista ideologico, i due partiti sono uniti dalle comuni posizioni antimilitariste, che dovrebbero portarli a formare un’alleanza di governo che disporrebbe della maggioranza assoluta dei seggi, anche se per il momento nulla è scritto.
Infatti, come detto, il sistema politico thailandese è costruito ad arte per conservare il potere dell’élite militare. A fronte di una Camera dei Rappresentanti (Sapha Phuthaen Ratsadon) eletta dal popolo, esiste infatti un Senato (Phruetthasapha) composto da 250 membri nominati direttamente dai vertici militari, che può respingere la formazione del governo a discapito della volontà popolare. Questo significa che i due partiti più votati hanno tutto l’interesse ad ottenere il sostegno di altre formazioni minori, al fine di presentarsi di fronte al Senato con una supermaggioranza che difficilmente potrebbe essere rifiutata dalla camera alta. A questo fine, il PPT e il PKK potrebbe coinvolgere nell’alleanza anche il BJT (Phak Phumchai Thai, o Bhumjaithai Party) la formazione che, sotto la leadership del ministro della Sanità Anutin Charnvirakul, ha guidato la campagna per legalizzare la cannabis in Thailandia, e che ha eletto 70 deputati.
“Il risultato è una vittoria davvero impressionante per il Move Forward Party“, ha commentato Titipol Phakdeewanich, professore di scienze politiche all’Università di Ubon Ratchathani nella Thailandia orientale, intervistato da Al Jazeera. “Questo segna un grande punto di svolta per la Thailandia, perché indica che la maggior parte delle persone nel Paese vuole un cambiamento“, ha continuato l’accademico. “Stiamo davvero vedendo il potere dell’elettorato, che questa volta ha lottato duramente per il cambiamento“. Questo risultato, infatti, assesta sicuramente un duro colpo al potere militare, e a lungo termine potrebbe anche rappresentare l’inizio della crisi dell’istituzione monarchica.
Pita Limjaroenrat, leader della formazione prima classificata, ha salutato il risultato ottenuto dal suo partito come un “risultato sensazionale“. Paetongtarn Shinawatra, attuale leader della famiglia che gestisce il PKK, si è a sua volta congratulata con il vincitore, e ha affermato che il partito con il maggior numero di voti dovrebbe assumere la guida nella formazione del prossimo governo. Secondo gli analisti, come anticipato, Pita Limjaroenrat potrebbe avere difficoltà ad ottenere il consenso dei senatori, che del resto già in passato hanno dimostrato di non rispettare l’esito delle urne. Nelle ultime elezioni del 2019, ad esempio, il Senato ha votato all’unanimità per il primo ministro Prayuth, nonostante il suo partito avesse ottenuto molti meno seggi rispetto a quello della famiglia Shinawatra. Pur di mantenere il controllo del governo, il primo ministro è stato costretto in quell’occasione a mettere insieme una coalizione di ben 19 partiti diversi, che gli ha permesso di restare in carica per altri quattro anni. Di fronte a questa incertezza, potrebbero volerci settimane prima che il nuovo governo di Bangkok veda la luce, nella speranza che nel frattempo i militari non decidano di mettere in campo le proprie forze armate.
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mi spiace per i vari “socialisti republicani” – come me del resto, sia chiaro – ma il risultato delle elezioni in Tailandia è, da un punto di vista antimperialista, il peggiore possibile. Esercito e monarchia saranno quello che saranno… ma una qualche idea di interesse nazionale, multilateralismo (vedi i loro accordi STRATEGICI con la Cina), di tutela delle aziende nazionali… ce l’hanno. I due partiti vincitori delle elzioni sono – cosa nota da anni, ed abbondantemente documentata dall’ottimo Brian Berletic, fra gli altri – prodotti (alquanto insulsi) della CIA.
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La Thailandia e’ sempre stata legata all’Occidente sin dagli accordi con il Regno Unito ai tempi della colonizzazione dell’India e alla Birmania, che permisero all’allora Siam di restare formalmente indipendente e al re di mantenere il suo potere. E’ vero che negli ultimi anni c’e’ stata una differenziazione delle relazioni estere da parte del governo militare, ma non bisogna per questo essere lenienti nei confronti di militari che hanno ottenuto il potere con un colpo di Stato o di un’istituzione anacronistica come la monarchia. Oltretutto, mentre noi valutiamo le questioni di politica estera, il popolo orienta il proprio voto soprattutto in base alle questioni di politica interna, e sostenere un governo che opprime il proprio popolo attraverso leggi anacronistiche, come quella sulla lesa maestà, solo per questioni geopolitiche non mi sembra una ragione sufficiente. Comunque, indipendentemente dalla formazione del nuovo governo, i militari manterranno il controllo del Senato, quindi saranno ad ogni modo in grado di indirizzare le politiche nazionali.
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[…] Oltre quattro mesi dopo le elezioni del 14 maggio, la Thailandia ha un nuovo governo, e questo già rappresenta una prima notizia positiva. La seconda, è che l’esecutivo non sarà interamente nelle mani dei militari, visto che il nuovo primo ministro è Srettha Thavisin (in foto), esponente del PPT (Phak Phuea Thai, o Pheu Thai Party), formazione storicamente avversaria dei governi militari. […]
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[…] maggio del 2023, le elezioni legislative thailandesi avevano visto la netta vittoria dei partiti di opposizione al governo militare. Il ritiro dalla politica dell’ex capo del governo Prayut Chan-o-cha aveva aperto la strada […]
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