
Le elezioni dello scorso 25 gennaio in Grecia hanno innegabilmente aperto un’epoca storica nel Paese ellenico: la netta vittoria di SYRIZA (acronimo di Συνασπισμός Ριζοσπαστικής Αριστεράς – Synaspismós Rizospastikís Aristerás), la coalizione della sinistra radicale guidata da Alexis Tsipras, rappresenta infatti una prima volta dal secondo dopoguerra, quando per tre anni (1947-1950) il governo fu guidato da esponenti del Partito Comunista, il KKE (Κομμουνιστικό Κόμμα Ελλάδας – Kommounistikó Kómma Elládas). La vittoria del quarantenne Tsipras è scaturita dalla voglia del popolo greco di affrancarsi dalle politiche di austerità dettate dalla Germania, attraverso l’Unione Europea, e dalle istituzioni internazionali, ed il risultato era in effetti già scritto ancor prima delle votazioni. Ora, però, SYRIZA è passata dall’opposizione alla maggioranza, e deve dimostrare con i fatti quanto promesso in campagna elettorale alla cittadinanza.
I primi giorni del nuovo governo sono stati alimentati da un dibattito interno alla stessa sinistra. Da un lato, c’è chi sottolinea i provvedimenti presi subito dal nuovo governo, che lo distingue nettamente da quelli passati, ed il realismo che contraddistingue la politica del nuovo Primo Ministro: l’aumento del salario minimo a 751 euro, il blocco di numerose privatizzazioni, il reintegro di molti dipendenti pubblici precedentemente licenziati, l’aumento delle pensioni, l’introduzione dello ius solisono alcuni dei punti sottolineati dai fautori di Tsipras, senza dimenticare le posizioni in politica internazionale, come la fine della collaborazione militare con Israele e l’opposizione alle sanzioni ai danni della Russia. I più critici, provenienti dal KKE ma anche dall’ala più radicale della stessa SYRIZA,temono invece una deriva moderata del programma di Tsipras, con una posizione che sembra passare sempre più dall’opposizione netta alla contrattazione nei confronti dell’Unione Europea.
Ma oltre ai rapporti con l’UE, vi è anche la questione delle relazioni con le altre forze politiche greche a tenere banco, anche perché venerdì 13 febbraio si terrà il quarto turno elettorale per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, dopo che i primi tre non hanno dato nessun esito. Per eleggere il capo dello stato saranno necessari 180 voti, ma la prima forza politica del Paese dispone di 149 seggi, dunque dovrà fare appello ai voti di altri partiti. Dopo essersi bruciato nei primi tre turni, Stavros Dimas, esponente del partito di centro-destra Nuova Democrazia (Νέα Δημοκρατία – Néa Demokratía), sembra oramai escluso dalla corsa al posto di primo cittadino ellenico, ma l’ipotesi più accreditata vede come favorito un altro membro di ND, il sessantunenne Dimitris Avramopoulos. Sembrerebbe infatti che SYRIZA voglia sostenere la candidatura di quest’ultimo in segno di riconciliazione con gli altri partiti del parlamento, ma dietro potrebbe esserci anche un disegno più arguto: l’ex sindaco di Atene occupa infatti attualmente il posto di Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, ed un’eventuale elezione di Avramopoulos alla presidenza libererebbe il posto per un uomo di Tsipras, che così farebbe pesare ancora di più la sua voce presso le istituzioni europee.
Qualora venissere realizzato questo disegno, si tratterebbe probabilmente di una mossa che potrebbe dare i suoi frutti sia in ambito nazionale che continentale, ma segnerebbe anche il primo forte passo indietro del governo Tsipras di fronte all’opposizione. Il ruolo di Presidente, in Grecia, è soprattutto cerimoniale e non ha una vera influenza politica, ma si tratta comunque della carica più prestigiosa e naturalmente con un forte valore simbolico. Per queste ragioni molti sostenitori di SYRIZA, nonché alcuni parlamentari, hanno già espresso il proprio parere negativo nei confronti di Avramopoulos. Ora tocca a Tsipras prendere la decisione: continuare sulla propria strada o cedere alla Realpolitik ed ai tatticismi? Qualunque sia la scelta, sarà importante che il Primo Ministro tenga conto dell’opinione della sua base elettorale, e soprattutto che le sue politiche rispondano alle esigenze del popolo greco piuttosto che a quelle dei giochi di potere istituzionali.
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