
La Mongolia sta ultimamente attraversando un periodo di crescita economica, grazie alle risorse naturale scoperte nel suo sottosuolo. Parallelamente, il grande Paese asiatico sta mettendo in atto un processo di democratizzazione in senso occidentale, ovvero una transizione dal modello socialista ereditato dall’epoca in cui la Mongolia era un satellite dell’URSS verso un sistema multipartitico.
Molto spesso, agli occhi occidentali un processo di democratizzazione sembra una cosa positiva in assoluto. In realtà, per molti Paesi non è così, ma per saperlo bisogna immergersi nei sistemi politici locali, non giudicare dall’esterno da un punto di vista occidentalocentrico che non riflette per nulla la situazione di stati lontani migliaia di chilometri.
Il processo di democratizzazione, unito alla necessità di gestire le risorse naturali mongole, hanno infatti portato ad una crescita esponenziale della corruzione nel mondo politico. Molti politici dei diversi partiti si stanno spartendo la torta dei benefici derivanti dall’esportazione di oro, rame, uranio, carbone, zinco ed etano, soprattutto verso la Cina. Solo un piccolo gruppo di rappresentanti politici hanno avuto il coraggio di denunciare questo scempio, che sta sottraendo preziose risorse ad una popolazione sottoposta ad una forte inflazione dovuta all’apertura progressiva del Paese all’economia di mercato.
Secondo delle recenti stime, la Mongolia sarebbe in possesso di 1.000 miliardi di dollari di risorse non ancora sfruttate, tra cui spicca il più grande deposito mondiale di carbone ancora intatto ed una delle più grandi riserve di oro. Questi nuovi giacimenti verranno probabilmente sfruttati a partire dalla fine di quest’anno. Grazie a queste risorse, la Mongolia è stata protagonista di una crescita economica spettacolare, tanto da essere il Paese con la crescita più grande nel 2011 e nel 2012. Il problema che si pone, però, è quello della distribuzione di queste ricchezze. Una distribuzione che prima era quantomeno parzialmente garantita dal sistema socialista, e che ora invece è preda della corruzione.
In occidente molti citano la Mongolia come un caso esemplare, in quanto capace di una transizione pacifica dalla Repubblica Popolare alla democrazia o, come ha affermato Hilary Clinto nel luglio 2012, “da una dittatura comunista a partito unico verso un sistema politico pluralista e democratico”. Ma questa è solo una operazione di facciata che farà contenti gli Stati Uniti, non di certo la popolazione che avrà forse la possibilità di andare a votare ma che si vedrà depredata delle risorse che ha sotto i piedi.
Nonostante la recente legge contro il conflitto di interessi (dalla quale l’Italia potrebbe prendere esempio), la corruzione continua a farla da padrona in Mongolia, come avvenuto in molti Paesi che sono passati in modo repentino e senza preparazione al multipartitismo ed all’economia di mercato: basta vedere l’esempio della Russia.
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