
Il 22 Febbraio si sono svolte a Gibuti le elezioni parlamentari. Le opposizioni, che avevano boicottato le elezioni del 2008, si sono raggruppate nell’alleanza denominata Union pour la Securité Nationale(Unione per la Sicurezza Nazionale – USN), ed hanno contestato l’esito delle urne, che avrebbero dato la vittoria al partito del presidente Ismaïl Omar Guelleh (Union pour la Majorité Présidentielle, Unione per la Maggioranza Presidenziale – UMP). Secondo i risultati ufficiali, le forze filopresidenziali avrebbero vinto 49 dei 65 seggi parlamentari.
Sebbene Gibuti sia un piccolo stato del Corno d’Africa, con una popolazione che non raggiunge il milione di abitanti, la posizione geografica che occupa risulta strategica per fini geopolitici. Ex colonia francese con il nome di Territorio Francese degli Afar e degli Issa, Gibuti è un porto situato ali margini meridionali del Mar Rosso, e non a caso ospita le più grandi basi militari in territorio africano di Francia e Stati Uniti.
Dall’indipendenza, avvenuta nel 1977, la Repubblica di Gibuti ha avuto solo due presidenti: Hassan Gouled Aptidon, fino al 1999, e l’attuale capo di stato Ismaïl Omar Guelleh. Entrambi si sono mostrati sempre affabili con le potenze occidentali, che in cambio non si sono fatti scrupoli nel sostenere la dittatura, come spesso è avvenuto ed avviene in altri Paesi africani. Le basi militari di Gibuti sono utilizzate per controllare il traffico del Mar Rosso e del Golfo di Aden e per combattere la pirateria, proveniente soprattutto dalla vicina Somalia.
Questa volta, però, l’opposizione ha deciso di passare dalla resistenza passiva a quella attiva. Dopo la dichiarazione dei risultati elettorali sono state organizzate delle dimostrazioni di protesta, sfociate in lievi scontri con la polizia. Secondo il portavoce dell’USN, infatti, il voto sarebbe stato truccato, in quanto i risultati sono stati annunciati troppo presto. Inoltre sono stati segnalati casi di brogli elettorali e di voti multipli.
Alcuni scontri con le forze dell’ordine c’erano già stati lo scorso anno, quando, galvanizzati dalla Primavera Araba in Egitto ed in Tunisia, gli oppositori del governo avevano dato vita a delle manifestazioni per chiedere le dimissioni di Guelleh.
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