Repubblica Centrafricana, la situazione del conflitto

Come la Repubblica Democratica del Congo o il Mali, paesi di cui ci siamo occupati in diversi articoli, anche la Repubblica Centrafricana è caratterizzata dalla presenza di gruppi ribelli. Si tratta, purtroppo, di una condizione comune a molti paesi africani, dovuta sia alle scorie della vecchia dominazione coloniale, che ha diviso i territori senza tenere conto delle popolazioni autoctone, sia da una gestione politica sbagliata in questi cinquant’anni d’indipendenza.

Proprio come nel caso della Repubblica Democratica del Congo, il presidente François Bozizé Yangouvonda, un massone membro della Grande Loggia Nazionale Francese (GLNF), salito al potere nel 2003 con un colpo di stato, aveva deciso di firmare un accordo con i ribelli (2007), per mantenerli momentaneamente sotto controllo, affermando che sarebbero stati ricompensati quei ribelli che avessero deciso di deporre le armi, e che avrebbero potuto integrare l’armata regolare. E, ancora come il suo omologo congolese Joseph Kabila, Bozizé non ha mantenuto la parola presa con l’accordo, scatenando le ire dei ribelli.

Il gruppo ribelle Séléka ha minacciato l’occupazione della capitale Bangui ed ha chiesto di trattare direttamente con François Bozizé. Il presidente, con le spalle al muro, ha chiesto l’aiuto alle forze internazionali: l’Unione Africana, la Francia (ex potenza colonizzatrice) e gli immancabili Stati Uniti, che nel frattempo hanno deciso di ritirate la propria rappresentanza diplomatica.

In seguito a delle trattative interne al paese africano, però, la situazione si è momentaneamente calmata, ed i ribelli hanno rinunciato all’occupazione di Bangui, a patto che venga messo in piedi un tavolo di trattativa con il governo centrafricano. Una nuova dimostrazione della debolezza del presidente Bozizé: i ribelli del Séléka, infatti, stavano avanzando verso la capitale senza incontrare nessuna opposizione, fino a giungere alle porte della città di Damara (a soli 75 km dalla capitale), ed il governo si è visto costretto ad accettare l’apertura delle trattative per evitare il peggio. A questo si aggiunge la constatazione che i ribelli occupano ormai tutte le zone economicamente più importanti del paese, in particolare le miniere d’oro e di diamanti. Il dialogo tra le parti era già stato proposto dal presidente francese, François Hollande, come aveva affermato in una telefonata a Bozizé. Ad Hollande ha fatto eco anche la Cina, che ha forti interessi economici nel paese africano.

Il portavoce dei ribelli, Eric Massi, è stato chiaro: “Bozizé se ne deve andare”, non ci sono mezzi termini. Bozizé, invece, ha proposto un governo di unione nazionale al quale potrebbero partecipare anche i ribelli, se il dialogo, che dovrebbe tenersi a Libreville, capitale del Gabon, andrà a buon fine. A sua volta, Massi, ha replicato giudicando poco affidabili le proposte del Presidente, che del resto ha già dimostrato altre volte di non mantenere la parola data. Anche i ribelli hanno fatto appello all’Unione Africana affinché “intervenga immediatamente nella capitale per far cessare le esecuzioni e gli assassini di prigioneri”.

Alcuni paesi africani hanno effettivamente deciso di intervenire, temendo che la crisi della Repubblica Centrafricana possa destabilizzare l’intera area. Il Congo ha inviato 120 militari a Bangui, sotto l’egida della CEEAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale). Thomas Boni Yayi, presidente del Benin ed attualmente alla guida dell’Unione Africana, si è recato a Bangui per dialogare con il presidente Bozizé. La Francia, invece, ha rifiutato un intervento di salvataggio a favore del regime, ma ha comunque inviato circa 600 uomini per organizzare l’eventuale evacuazione delle rappresentanze europee.

A fianco della popolazione, intanto, restano le ONG, tra le quali Medici Senza Frontiere, il cui lavoro nella Repubblica Centrafricana è diretto da Sylvain Groulx. Dal suo ufficio di Bangui, Groulx ha denunciato lo stato di “terrore” in cui vive la popolazione: “Le persone non tornano a casa neanche la notte, le donne e i bambini non si sentono al sicuro”. Groulx ha quindi lanciato un appello ai ribelli così come al governo: “Bisogna rispettare i civili. E bisogna che le parti in conflitto ci lascino lavorare in sicurezza”.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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