La farsa di Kinshasa

La Repubblica Democratica del Congo è, dopo l’Algeria, il Paese più esteso d’Africa (più di 7 volte l’Italia). Già Congo Belga (in epoca coloniale) e poi Zaire, la RDC è un paese dai problemi infiniti: conflitti interni per motivi etnici (vi sono più di 500 etnie) e per il controllo delle numerose risorse naturali, tentativi di secessione, criminalità, reclutamento di bambini soldato, violazioni sistematiche dei diritti umani. E, come se non bastasse, la RDC è anche uno dei Paesi più poveri del mondo, con 320 $ pro capite annui a parità di potere d’acquisto.

La capitale, Kinshasa, è stata scelta come luogo di svolgimento del XIV Summit della Francofonia, svoltosi dal 12 al 14 ottobre, al quale hanno partecipato i capi di stato e di governo di tutti i Paesi di lingua francese, ovvero i 56 stati dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia.

Abbiamo avuto modo di parlare con un delegato di uno dei 14 stati europei che ne fanno parte. Nonostante le fonti ufficiali parlino di un gran successo, il delegato, di cui per ovvi motivi non sveleremo l’identità, ci ha descritto un quadro a tinte fosche.

“Era tutto perfetto per il summit, l’elettricità è rimasta accesa per 3 giorni consecutivi, c’erano le hostess, non c’era traffico, non ci sono state proteste. Questo è quello che ha visto il 99% dei delegati europei, in quanto non conoscono il Paese. In realtà il circuito elettrico è andato in tilt per sovraccarico poco dopo che la maggioranza dei delegati era già ripartita, ma io ho deciso di restare una settimana in più a mie spese. Tutto ciò in un Paese dove la maggioranza della popolazione non ha l’elettricità in casa, così come non ha acqua corrente. Le hostess non avevano i mezzi per tornare a casa la notte, infatti i mezzi pubblici sono stati bloccati per quasi una settimana. Kinshasa è una città molto grande, e senza mezzi di trasporto era praticamente impossibile organizzare le proteste, inoltre vi erano militari ovunque a presidiare le strade che portavano al luogo del summit. I giorni del summit sono stati considerati festivi, quindi nessuno ha visto i bambini che aspettano per ore il pullman in cui devono ammassarsi nel tentativo di raggiungere la scuola, nessuno ha visto il traffico caotico della città. Ne è venuta fuori un’immagine falsa del Paese e della città. Ai delegati europei è sembrato tutto rosa e fiori.”

Infine, una chicca sul discorso del presidente francese François Hollande: “ha cambiato il suo discorso sul posto, ha eliminato la frase in cui parlava delle gravi violazioni dei diritti umani che avvengono quotidianamente nella Repubblica Democratica del Congo. Non si è parlato per niente dei diritti umani. Hollande sta vedendo la sua popolarità calare, non poteva permettersi un incidente diplomatico”.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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