
Dopo i fallimenti del vertice mondiale sul clima di Copenaghen, in cui i due giganti dell’inquinamento (Usa e Cina) non sono riusciti a trovare un accordo per la salvaguardia del pianeta, ci ha pensato il presidente della Bolivia, l’indio Evo Morales, a dare una risposta convincente. In questi giorni, infatti, si sta tenendo nella città di Cochabamba la “prima conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico ed i diritti della madre terra”. I protagonisti saranno, appunto, i popoli, in particolare i rappresentanti delle comunità indie originarie del continente. Anche altri Paesi latino-americani hanno aderito con l’invio di propri rappresentanti: Venezuela, Ecuador e Paraguay. In totale partecipano 15.000 delegati di 170 Paesi. La scelta della sede non è un caso: Cochabamba è stata la città che si è opposta alla privatizzazione dell’acqua con una mobilitazione popolare tale da far sì che l’acqua rimanesse pubblica. L’evento, che ha avuto luogo nel 2000, è noto a tutti come “la guerra dell’acqua”.
Sul tavolo molte proposte interessanti: innanzitutto quella di modificare il modello di sviluppo, optando per la sostenibilità vera. Interessante anche la proposta di creare un tribunale internazionale per la giustizia climatica e l’approvazione di una dichiarazione universale sui diritti della madre terra. Lo stesso Morales ha poi annunciato di voler creare l’UNO (unità di nazioni originarie e operaie del mondo contro il cambiamento climatico), per proporre una voce univoca in seno agli organismi internazionali come l’ONU ed al prossimo appuntamento globale sul clima, che si terrà a Cancún (Messico).
Dopo le numerose nazionalizzazioni attuate in Bolivia e le attenzioni rivolte alle minoranze indie del suo Paese, il socialista Evo Morales propone un’altra importante svolta, questa volta al livello globale. I popoli hanno finalmente l’occasione di far sentire la propria voce.
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