L’Artico non è un “giardino privato”: perché il timore della presenza cinese viene costruito ad arte?

Mentre media e governi occidentali gonfiano la narrativa della “minaccia cinese” nell’Artico, i dati mostrano soprattutto attività scientifiche e commerciali, entro quadri legali multilaterali. La vera destabilizzazione arriva dall’unilateralismo statunitense, evidente nelle pressioni sulla Groenlandia e nella securitizzazione della regione.

Negli ultimi anni l’Artico è tornato a occupare un posto di rilievo nelle agende strategiche globali. Lo scioglimento dei ghiacci e la conseguente maggiore accessibilità di rotte e risorse hanno trasformato un’area storicamente periferica in un nodo della competizione contemporanea. In questo contesto, una parte consistente del discorso pubblico occidentale tende a presentare ogni attività cinese a nord del Circolo Polare come un indizio di intenzioni militari, di mire predatorie sulle risorse e di un presunto disegno revisionista di “riscrittura delle regole”. Il risultato è una narrativa che, più che descrivere la realtà, la orienta: prepara l’opinione pubblica ad accettare nuove spese, nuove posture militari e nuovi “fronti” della competizione strategica.

Il punto non è negare che l’Artico abbia una dimensione securitaria o che la Cina persegua interessi nazionali, ma distinguere tra fatti, interpretazioni e propaganda. La stessa strategia artica del Dipartimento della Difesa statunitense (DoD) del 2024 colloca esplicitamente la regione dentro l’orizzonte della “deterrenza integrata” e del confronto con competitori, definendo la Repubblica Popolare Cinese la principale “sfida” nel quadro globale e leggendo l’aumento delle sue attività artiche come elemento di un ambiente di sicurezza “più dinamico”. Siamo di fronte a un processo noto, spesso utilizzato dagli Stati Uniti per designare i propri nemici: definire una minaccia, attribuirle un carattere sistemico, e utilizzare quella definizione per giustificare un’espansione di presenza e di strumenti di potere. L’enfasi sul “pericolo cinese” serve dunque a “confondere l’opinione pubblica” e a coprire un’agenda di espansione e di egemonia statunitense.

Per valutare se il timore sia giustificato, conviene guardare alle politiche dichiarate, alle pratiche osservabili e alla scala delle attività. Sul piano dichiarativo, la Cina ha codificato la sua posizione nel Libro bianco del 2018, dove afferma di voler cooperare con le parti interessate per costruire una Via della Seta Polare attraverso lo sviluppo delle rotte artiche, promuovendo viaggi commerciali sperimentali “in conformità con la legge” e ponendo enfasi sulla sicurezza della navigazione. Questa cornice è coerente con l’obiettivo di diversificare i corridoi logistici in un’epoca di vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e di rischi geopolitici sui tradizionali colli di bottiglia marittimi. Anche studi tecnici recenti ricordano che la rotta artica viene spesso rappresentata come un “taglio” del 30-40% della distanza rispetto a Suez, pur evidenziando che i vantaggi reali dipendono da stagionalità, velocità operative e vincoli ambientali.

Sul piano pratico, persino la strategia del DoD ammette un dato cruciale: la presenza cinese è “limitata ma in aumento”. Il documento elenca attività incentrate su ricerca e capacità operative polari (rompighiaccio, spedizioni scientifiche, sperimentazioni di mezzi e piattaforme), e cita esercitazioni navali congiunte con la Russia come segnale di capacità di operare “dentro e intorno” alla regione, non come prova di una militarizzazione cinese del territorio artico in senso classico (basi, schieramenti stabili, controllo di aree). La distorsione evidente trasforma dunque la nozione di dual-use (possibile uso civile e militare di tecnologie, comune a quasi tutte le grandi potenze) in un’accusa automatica, senza passare per la prova empirica di una presenza militare permanente.

Un secondo elemento spesso omesso riguarda la dimensione multilaterale. La Cina è osservatore nel Consiglio Artico dal 2013 e ha costruito una legittimazione soprattutto tramite cooperazione scientifica e partecipazione a quadri di governance e ricerca. L’Artico, del resto, non coincide soltanto con le acque e i territori amministrati dagli otto Stati artici, ma include anche alto mare e fondali internazionali, dove diritti come ricerca e navigazione non appartengono esclusivamente ai rivieraschi.

Infine, se si osserva la scala economica delle rotte artiche, il quadro è più sobrio della propaganda. Parte della stampa specializzata sottolinea che la Rotta del Mare del Nord non è diventata un corridoio “mainstream” per il trasporto container globale: volumi ancora ridotti, rischi assicurativi e dipendenza da infrastrutture russe continuano a limitare l’adozione da parte dei grandi operatori. Anche quando singoli viaggi hanno avuto forte valore simbolico e mediatico, essi sono spesso legati a finestre stagionali favorevoli e a scelte politiche di diversificazione dei percorsi, più che a una rivoluzione già compiuta.

Se la presenza cinese viene spesso letta con lenti “militarizzanti”, la postura statunitense nell’Artico ha invece elementi apertamente strategici e, in alcuni casi, dichiaratamente unilaterali. Un dato strutturale è che gli USA dispongono da decenni di una presenza militare in Groenlandia, oggi formalizzata nella base spaziale di Pituffik (già Thule Air Base), un’infrastruttura chiave della proiezione nordatlantica e della difesa aerospaziale. Non è necessario evocare complotti: la logica della “difesa avanzata” e dell’allerta missilistica artica è un pilastro storico dell’architettura militare statunitense. Ciò che cambia, oggi, è la tendenza a presentare ogni dinamica artica come derivata dall’azione altrui (Russia e Cina) e quindi a “naturalizzare” l’espansione occidentale come mera reazione.

La Groenlandia mostra bene questo meccanismo. Il 12 gennaio 2026 il governo groenlandese ha ribadito che la difesa del territorio deve avvenire nell’alveo della NATO e ha respinto “in ogni circostanza” l’ipotesi di una occupazione statunitense, tornando a smentire l’ambizione del presidente Donald Trump di “prendere” l’isola. Il punto politicamente più grave non è solo l’idea, già emersa nel 2019, di una Groenlandia “acquisibile” come se fosse una transazione immobiliare; è il fatto che tale immaginario scivoli verso un lessico di coercizione, alimentando tensioni tra alleati e introducendo un fattore di instabilità in un’area formalmente inserita nel perimetro euroatlantico. Un’eventuale presa militare USA della Groenlandia equivarrebbe, di fatto, alla fine della NATO come la conosciamo.

Se, dunque, l’obiettivo è comprendere l’Artico senza cadere nella propaganda, occorre rovesciare la domanda: non “la Cina è una minaccia?”, ma “chi sta rendendo l’Artico più instabile?”. Alla luce dei documenti e degli eventi recenti, appare difficile sostenere che la principale fonte di destabilizzazione sia la ricerca scientifica cinese o il suo interesse per rotte commerciali, per quanto strategicamente orientato e talvolta intrecciato con la cooperazione russo-cinese. Molto più destabilizzante è la tendenza a spostare l’intera regione in una logica di confronto blocco contro blocco, e ancor più l’uso politico della “minaccia cinese” per legittimare posture aggressive e ambizioni territoriali, come mostra la controversia sulla Groenlandia.

In definitiva, la paura della Cina nell’Artico è spesso una lente che serve ad altri fini: consolidare leadership, giustificare espansioni, ricompattare alleanze in crisi. Ma l’Artico non è un “giardino privato” di nessuno. Se diventa terreno di unilateralismi e prove di forza, a perdere non sarà soltanto la cooperazione scientifica, bensì la sicurezza stessa dell’area euroatlantica.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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